Maurizio MARELLO candidato a SINDACO di ALBA.

20 Novembre 2008

Sostenuto da “PD”, “Alba città per vivere”, “Alba Attiva e Solidale” e da 1500 firme di cittadini albesi raccolte in dieci giorni.

Lettera aperta:

“In dialogo con tutti i cittadini “


Martedì 18 novembre, il direttivo del Partito Democratico di Alba, dopo ampio dibattito, mi ha ufficialmente indicato, con un voto quasi unanime, quale proprio candidato a Sindaco  per le prossime elezioni amministrative del 2009. Ringrazio tutti i componenti del Direttivo, gli amici del partito ed i consiglieri comunali Degiacomi, Roggero Domini, Bonardi e Scavino per la fiducia che mi hanno accordato.

Questo sostegno va ad unirsi a quello delle liste civiche “Alba Città per Vivere” (che fa riferimento al Consigliere Comunale Franco Foglino) ed “Alba Attiva e Solidale” (rappresentata in Consiglio dal Dott. Roberto Giachino), che unitamente al PD da quattro anni lavorano in modo unito nel Gruppo consiliare “Federati per Alba”.

Ho mantenuto la mia disponibilità a candidarmi ed ho accettato l’indicazione anche e soprattutto in ragione del consenso che ho visto maturare in queste settimane in città, tra la gente comune. Infatti un gruppo di amici-sostenitori ha deciso di attivarsi con una raccolta di firme  di adesione al Comitato di sostegno alla mia candidatura a Sindaco.  Ebbene dopo poco meno di due settimane di raccolta (fatta tra la gente e senza alcun ausilio pubblicitario) hanno sottoscritto l’adesione oltre 1.500 persone. Il risultato mi ha positivamente colpito e ringrazio tutti coloro (e sono tanti) che hanno raccolto (e che raccoglieranno nelle prossime settimane) e tutti quelli che hanno manifestato fiducia incoraggiandomi così ad andare avanti.

Sotto il profilo politico, il mio impegno andrà nella direzione della costruzione di una coalizione di centro- sinistra ampia e coesa, che, ove possibile naturalmente, possa andare oltre il PD e liste civiche presenti in Consiglio Comunale nel Gruppo “Federati per Alba” e coinvolgere tutte quelle liste e Forze politiche disponibili ad un progetto politico condiviso di chiara alternativa all’attuale amministrazione. In questo senso manifesto sin d’ora la mia disponibilità al dialogo ed al confronto con tutti i possibili interlocutori di un programma da costruire nell’ascolto della città in tutte le sue forze e corpi sociali  ed imprenditoriali.

Voglio però rivolgermi direttamente a tutti i cittadini albesi, ed è anche questo il senso della raccolta di firme in atto, per proporre loro un progetto di “buona, corretta e trasparente amministrazione” che metta al centro una serie di priorità di Alba e del suo territorio che andranno affrontate con serietà e competenza.

Al centro di questo progetto vi è l’idea di una città che continui ad essere dinamica ed innovativa.

Una città meno inquinata e più verde, a misura di pedone e di ciclista, con le strade ed i mezzi di trasporto necessari per affrontare il traffico.

Una città dei bambini, delle famiglie, degli anziani, attenta ai diversamente abili.

Una città capace di valorizzare i giovani e le donne, di integrare i nuovi cittadini e responsabilizzare tutti, una città sicura.

Una città che accompagni le proprie industrie, le imprese artigianali, commerciali, agricole e turistiche.

Una città che sappia sviluppare l’apprendimento, la cultura, lo sport.

Una città aperta, tollerante, sempre più capace di comunicare con il mondo e dove ogni cittadino che voglia impegnarsi possa dare il suo contributo e vederlo riconosciuto.

Una città che torni ad essere riferimento per il territorio di Langhe e Roero.

Maurizio Marello


I frutti malati delle radici cristiane

17 Novembre 2008

Una lunga tradizione di accoglienza stride con l’attuale criminalizzazione del diverso

ENZO BIANCHI

Da LA STAMPA 16/11/2008

Pubblico integralmente l’editoriale di Enzo Bianchi, priore della Comunità Monastica ecumenica di Bose, apparso ieri su La Stampa e citato dal nostro Vescovo  ieri pomeriggio durante l’omelia nel corso della celebrazione di riapertura e di dedicazione del nuovo altare del Duomo di Alba. Credo sia per tutti noi un’occasione di profonda riflessione sulla delicata fase storica che stiamo attraversando (in particolare in Europa) e sui nostri  atteggiamenti quotidiani, sia individuali che collettivi.

«Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?». A questa metafora contadina usata da Gesù mi capitava di tornare sovente nella recente stagione in cui appassionate discussioni ruotavano attorno all’inserimento o meno di un richiamo alle «radici cristiane» nella costituzione europea. Ero infatti perplesso di fronte a tanto zelo mostrato da paladini di recente arruolamento nelle file della cristianità, i quali però non apparivano altrettanto solerti nel cercare modalità per tradurre in comportamenti quotidiani, sia individuali che collettivi, la linfa che quelle radici avrebbero dovuto fornire all’albero della società civile europea.

Ora, che nel passato anche recente ci sia stata abbondanza di frutti, di segni visibili di una identità cristiana di tanti cittadini, associazioni e istituzioni italiane ed europee è un dato innegabile. Che si tratti di monumenti storici, di opere artistiche o di tesori letterari, di festività e calendari o di usi e consuetudini familiari, di orientamenti etici o di opzioni politiche, è tutto un patrimonio culturale che testimonia come il cristianesimo abbia saputo plasmare – anche nel confronto con la tradizione classica e, a volte in modo non sempre pacifico, con l’ebraismo, l’islam, la filosofia dei Lumi – il ricco e variegato mondo europeo nel quale oggi viviamo.

Secoli di presenza cristiana e di faticosa, sofferta dialettica con sistemi religiosi, istituzioni civili, pensieri filosofici, ideologie politiche diverse hanno sedimentato modi di pensare e di agire, sensibilità comuni, sentimenti condivisi. Ci sono addirittura figure di santi o brani evangelici che sono diventati paradigmatici anche per chi non condivide la fede cristiana: basterebbe pensare alle tante chiesette delle nostre campagne dedicate a san Martino – un santo «europeo» per le vicende della sua vita trascorsa tra Pannonia e Gallia – che dona il suo mantello a un mendicante. E chi non conosce la celebre scena del giudizio riportata dal Vangelo di Matteo, in cui viene chiesto conto a ciascuno di come si è comportato nei confronti di affamati e assetati, di stranieri, malati e carcerati, insomma degli ultimi identificati a Cristo stesso?

Il permanere di questo patrimonio di idee e di ideali che hanno saputo tradursi in azioni concrete e quotidiane, la solidità di queste «radici» che hanno alimentato piante rigogliose capaci di dare frutti mi paiono stridere tragicamente con sentimenti, ragionamenti, disposizioni amministrative o legislative che presentano un quadro palesemente in contrasto con un’identità cristiana proclamata verbalmente. Si assiste giorno dopo giorno a una progressiva criminalizzazione del diverso, dello straniero, del povero e del debole: impronte digitali prese a bambini di un’etnia minoritaria, classi speciali che ostacolano quell’integrazione che dicono di voler promuovere, schedatura di chi vive senza fissa dimora, allontanamento dei mendicanti dai luoghi dove la loro vista turberebbe chi non li degna nemmeno di uno sguardo, ronde private non necessariamente disarmate, introduzione del reato di «presenza» in Italia, messa in discussione della gratuità e universalità delle cure di pronto soccorso… Purtroppo l’elenco si allunga ogni giorno, e ogni nuova proposta discriminatoria suscita isolate reazioni, in particolare dal Pontificio Consiglio Iustitias et Pax, subito bollate di «buonismo» e viene poi digerita e assimilata, in attesa di un boccone ancor più amaro da trangugiare.

E intanto, grazie a questo clima, le cui dominanti non sono certo cristiane, un senzatetto viene arso vivo sulla panchina su cui dormiva, un nero viene picchiato e oltraggiato, un mendicante viene assalito e percosso, dei nomadi vengono inseguiti e cacciati… E l’odio, questo nefasto sentimento che sta accovacciato nel cuore dell’uomo e che un tempo assumeva connotazioni di classe focalizzandosi contro i ricchi, i potenti, gli oppressori, ora è rivolto verso quelli che sono semplicemente «altri» e che non si vogliono più vedere accanto a noi.

Ora, nessuno chiede che uno stato moderno trasponga le esigenze del vangelo in articoli di legge o in commi del codice civile, ma resta l’interrogativo di quali principi ispirino i comportamenti non solo dei singoli, ma delle istituzioni e dei corpi sociali. Quali valori troviamo oggi nel vissuto concreto e nella progettualità politica che possano essere ascritti alle «radici cristiane» di cui a ragione riteniamo di poterci gloriare? Quali frutti ha dato l’albero che per secoli abbiamo visto crescere e ramificare nutrito da quelle radici?

È miope la visione di chi crede di risolvere i problemi dandogli il nome di reato, è falsante l’opzione che trasforma il diverso in criminale, è distorta e controproducente l’identificazione dell’immigrato con l’invasore, del povero con il disturbatore della quiete, dell’emarginato con il sovversivo. No, abbiamo bisogno di un soprassalto di dignità umana prima ancora che cristiana, abbiamo urgente necessità di ritrovare in noi e attorno a noi il rispetto per la dignità di ogni essere umano, abbiamo un’esigenza vitale di riscoprire come il bisognoso è uno stimolo e non un intralcio a una società più giusta. Se continuiamo a confondere la sicurezza con l’esclusione di ogni diversità, se continuiamo a nutrire le nostre paure invece che ad affrontarle, se crediamo di poter uscire dalle difficoltà non assieme ma contro gli altri, in particolare i più deboli, ci prepariamo un futuro di cupa barbarie, ci incamminiamo in un vicolo cieco in cui l’uomo sarà sempre più lupo all’uomo.

Forse sta diventando tragicamente vera anche per noi la situazione icasticamente descritta dal famoso detto della sapienza indiana che sembra modellato sugli apoftegmi dei monaci del deserto: due lupi stanno lottando dentro ciascuno di noi e nella nostra società contemporanea, uno pieno di rabbia e rancore, di risentimento nei confronti del diverso, l’altro animato da compassione e amore intelligente. Anche questa volta preverrà il lupo che avremo saputo nutrire meglio nel nostro quotidiano.


UMANITA’ DIMENTICATA: Congo, il grande esodo dei profughi, sfollati in 60 mila per evitare la strage.

15 Novembre 2008

GOMA - Sessantamila sfollati del nord del Kivu verranno trasferiti nella prossime ore in un nuovo campo profughi. E’ l’ultima emergenza operativa che l’Unhcr, l’organizzazione per i rifugiati delle Nazioni unite, si trova ad affrontare in queste ore di intesa attività diplomatica e militare per contenere la guerra nell’est del Congo.

Un fiume umano, moltissimi a piedi, altri in bicicletta, carrretti, moto, monopattini, e solo i più anziani a bordo di camion, lascerà la grande pianura dove sorge il campo di Kibati, 20 chilometri a nord di Goma, e si sposterà verso un nuovo accampamento, quello di Muguna, 15 chilometri più a ovest. E’ un esodo imponente. Dopo aver tentato inutilmente di allungare la cosiddetta “terra di nessuno” che divide il fronte dei ribelli dai soldati dell’esercito congolese, la Moduc si è rassegnata e ha suggerito alle Nazioni unite di trasferire questo enorme campo di rifugiati per motivi di sicurezza.

La tensione a Goma resta alta, anche se per il quarto giorno consecutivo non ci sono stati scontri tra le forze in campo e non si segnalano sparatorie. La tregua, fragile, regge. Ma esiste il rischio di iniziative unilaterali. Provocherebbero nuove fughe, ondate di panico. Verrebbero travolte decine di migliaia di uomini, donne, vecchi, bambini accampati alla meglio su una radura larga un paio di chilometri. Goma, comunque, non sarà presa dai ribelli del Cnlp. E’ stato il generale Laurent Nkunda a stabilirlo dopo accese discussioni con il suo Stato maggiore.

Secondo fonti militari, che abbiamo raccolto stamane in città, nei giorni scorsi ci sarebbe stato un confronto piuttosto acceso tra il leader dei ribelli congolesi e il suo braccio destro, Bosco Ntaganda, capo di Stato maggiore di questo esercito che può contare su seimila soldati perfettamente armati. Già dirigente del Fpr, il Fronte patriottico ruandese ai tempi della prima guerra che travolse e costrinse alla fuga il feroce dittatore dell’allora Zaire Mobutu Sese Seko, poi confluito nelle fila dell’Unione dei ribelli congolesi, infine passato con il Cnlp, il colonnello Bosco Ntaganda, 35 anni, noto come “Terminator”, colpito da un ordine del Tribunale penale internazionale per aver arruolato ragazzini di 15 anni tra le fila della guerriglia, sabato scorso aveva dato ordine ai suoi uomini di attaccare Goma.

Ma il generale Laurent Nkunda lo ha fermato. I rischi di una strage erano altissimi. Non tanto per gli scontri con la Moduc, autorizzata ad aprire il fuoco e a difendere la città ad ogni costo. Ma per le reazioni incontrollate dei soldati congolesi. Più volte, in altri distretti e villaggi dove hanno dovuto ripiegare, gli uomini delle Fardc si sono abbandonati a saccheggi e razzie, provocando nuove fughe della popolazione verso i campi rifugiati quasi al collasso. Terminator ha minacciato di dimettersi.

Ma l’autorevolezza e la notorietà internazionale ottenute da Nkunda lo hanno fatto desistere e la conquista della città è stata sventata. Il capo dei ribelli ha mosso le sue truppe più a nord, verso la città di Kanyabayonga, 175 chilometri da Goma. Si tratta di un centro strategico nella mappa del Nord-Kivu. Qui confluiscono tutte le strade che si diramano poi verso l’Uganda. Prendere Kanyabayonga significa tagliare fuori i rifornimenti di armi, munizioni e uomini che possono arrivare da ovest e soprattutto chiudere il cerchio di un territorio che il Cnlp, di fatto, si è conquistato.

Il generale Nkunda già guarda al futuro. Parla di “amministrazione parallela” instaurata nelle sue terre, ha nominato cinque ministri, ha invitato la popolazione a rientrare nelle case abbandonate sotto la furia dei combattimenti. Cosa che migliaia di persone stanno facendo, con lunghe file di profughi che da sud si dirigono verso la città di Rotshuru e il villaggio di Witwanja. Più che a Goma, i ribelli congolesi ora puntano a Kanyabayonga.

La Moduc, con seimila uomini sparpagliati sul terreno, afferma di aver rafforzato le sue posizioni nella cittadina e sembra decisa a resistere. Dopo l’ingresso ufficiale nel conflitto dell’Angola, che ha spedito alcune brigate di soldati, si ha notizia di militari ruandesi che avrebbero varcato il confine con il Congo e si sarebbero infiltrati nel nord del Kivu. Ma si tratta di voci. Nulla di più. Voci inquietanti. Kigali, naturalmente, nega. Continua a sostenere che il conflitto della regione confinante è un problema interno al Congo. In queste ore è impegnata in un’offensiva politico-diplomatica con la Germania: dopo l’arresto del capo del protocollo del presidente ruandese, Rose Kabuje, ha espulso l’ambasciatore di Berlino a Kigali e ha richiamato il suo in patria. Kabuje potrebbe essere presto estradata in Francia che ha emesso nei suoi confronti un mandato di cattura internazionale per concorso nel genocidio del 1994. Una mossa che accenderà nuovi focolai di tensione, mentre Kigali è invasa da cortei che protestano sotto la sede diplomatica tedesca.

da La Repubblica – 14.11.08


Consulta, Flick eletto nuovo presidente

14 Novembre 2008

La Corte come consuetudine ha nominato il giudice con maggiore anzianità
Fu scelto nel 2000 dall’allora capo di Stato Ciampi dopo essere stato ministro di Prodi

ROMA - E’ Giovanni Maria Flick il nuovo presidente della Corte Costituzionale. Succede a Franco Bile, il cui mandato è scaduto lo scorso 8 novembre. Ad eleggerlo sono stati, a scrutinio segreto, i quindici membri della Consulta. Sessantotto anni, nato a Ciriè (Torino), Flick è il trentaduesimo presidente della Corte Costituzionale e resterà in carica solo tre mesi, fino al 18 febbraio 2009, quando scadrà il suo mandato di giudice costituzionale. L’elezione è avvenuta a larga maggioranza, con 12 voti a favore e tre schede bianche.

Per la precisione sarà presidente per novantasei giorni, un giorno in più rispetto alla presidenza di Giuliano Vassalli e quasi il doppio rispetto a quella ‘lampo’ di Vincenzo Caianiello (45 giorni, un record). Quale suo primo atto da presidente, Giovanni Maria Flick ha nominato Francesco Amirante vicepresidente della Corte Costituzionale. Anche in questo caso è stato rispettato il criterio dell’anzianità: Amirante è infatti, dopo Flick, il giudice costituzionale con più anni di anzianità di carica.

Noto avvocato penalista ed ex ministro della Giustizia durante il primo governo Prodi dal 1996 al ‘98, Flick è stato nominato giudice costituzionale nel febbraio del 2000 dall’allora Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi. Da ricordare che durante il suo mandato da Guardasigilli Flick dovette risolvere la delicata questione legata alla posizione di Erich Priebke, il boia nazista delle Fosse Ardeatine assolto in primo grado dal Tribunale militare di Roma. Sentenza che provocò l’assedio del Palazzo di Giustizia da parte di un folla inferocita. Lasso di tempo che permise a Flick di emettere un provvedimento lampo per impedire tanto la scarcerazione di Priebke che la sua estradizione in Germania (dove era stato colpito da un nuovo mandato di cattura) in attesa del processo d’appello.

Salutando i giornalisti dopo la sua elezione, il nuovo presidente ha ricordato che la Consulta “ha un solo padrone: la Costituzione della Repubblica che nel 2008 abbiamo particolarmente celebrato per i suoi 60 anni”. A chi gli faceva notare la brevità del mandato che lo attende, Flick ha risposto che “l’elezione del giudice anziano, quale che sia il tempo residuo del mandato, è prassi largamente prevalente rispetto alla regola del triennio, posta dai Padri Costituenti sia pure senza derogare al termine di scadenza dall’ufficio di giudice”. “Non ho mai nascosto – ha poi aggiunto – di considerare saggia quella regola; essa tuttavia, per essere attuata, richiederebbe una riflessione, forse anche da parte del legislatore, sulla durata minima della carica e sulle funzioni presidenziali”.

da La Repubblica – 14.11.08


Consigli Comunali aperti: SCUOLA SI, CASA NO!

13 Novembre 2008

Avevamo chiesto circa un mese e mezzo fa due Consigli Comunali monotematici, aperti: uno sull’emergenza casa e l’altro sulla riforma (o per meglio dire i tagli) della scuola.

Alla fine, dopo lunghi dissidi all’interno della maggioranza ed un lungo “tira e molla”, la Presidente del Consiglio Mariella Bottallo ed i capigruppo della maggioranza albese hanno dato il via libera a quello sulla scuola, ma detto un secco no a quello sulla casa.

SCUOLA:

La quarta commissione consiliare ha definito l’organizzazione del Consiglio aperto sulla scuola previsto per Mercoledì 19 novembre alle ore 21. “Seduta aperta” significa che possono anche intervenire nel dibattito rappresentanti ed esperti, in modo programmato, oltre ai consiglieri. In questi casi la seduta è per lo più dedicata ampiamente o esclusivamente al tema prescelto, di particolare attualità, e quindi vi è una maggiore partecipazione dei cittadini.

Primo problema: la sala. Quella del Consiglio ha uno spazio per il pubblico insufficiente. Se non si riesce ad andare a quella del Palazzo Mostre, ci sarà un collegamento televisivo interno con l’ampio corridoio e con la Sala della Resistenza (ci possono stare 150 persone).

Secondo problema: gli interventi. Ci sarà un rappresentante dell’Associazione dei genitori, un rappresentante degli studenti, un rappresentante sindacale, un dirigente scolastico delle elementari, uno delle medie e uno delle superiori, il dirigente del settore del Comune. Poi Assessore e Consiglieri.

Terzo problema: ordini del giorno finali; si stanno preparando e discutendo tra maggioranza e opposizione.

CASA:

Abbiamo, in questi anni, denunciato più volte il problema dell’emergenza abitativa. Ricordo solo pochi ma significativi dati: giacciono circa 114 richieste per le case popolari e circa 100 casi di famiglie in situazione di estrema povertà sono segnalate dal Consorzio socio-assistenziale e per alcune incombono già gli sfratti. Per contro, ci sono a disposizione sotto le torri in tutto 70 minialloggi per anziani (tutti occupati) e 3 strutture di volontariato ospitano soggetti in difficoltà, garantendo aiuto a 50 persone al giorno.

La latitanza dell’attuale amministrazione comunale su questo tema non ha limiti. Di fronte all’emergenza odierna,  si è fatto poco o nulla. Il problema sociale è drammatico: anche il ceto medio arranca, a causa di salari fermi, mutui in crescita, affitti alle stelle e carovita.  Da anni non esistono terreni per l’edilizia popolare. Il Nuovo Piano regolatore (fermo da cinque anni) avrebbe dovuto risolvere il problema, ma non lo ha fatto e, a fronte di una novantina di varianti, non si è portata avanti l’unica urgente. Il paradosso è una bolla edilizia malgovernata che vede – con tre milioni di oneri di urbanizzazione l’anno in cassa – centinaia di alloggi nuovi, in costruzione o in progetto, ma nemmeno un metro quadrato per abitazioni a prezzi accessibili.

Nei mesi scorsi abbiamo chiesto che:

  1. il Piano Regolatore individui aree per l’edilizia popolare;
  2. venga istituita un’Agenzia sociale per la locazione capace di fornire ai proprietari degli alloggi sfitti un’assicurazione contro il rischio di morosità;
  3. il Comune si faccia garante di mutui a tasso fisso per l’acquisto della prima casa diretti a giovani coppie, donne sole con bambini, famiglie non abbienti. Accade a Torino e altrove, perché non da noi?

La risposta è stata quella di negare un semplice Consiglio Comunale in cui dibattere il problema, con l’ausilio di esperti.

La motivazione può essere una sola: l’Amministrazione Albese ha paura di confrontarsi apertamente sulla casa e sul Piano Regolatore, temi sui quali non ha saputo intervenire con politiche adeguate a risolvere i problemi di tanti cittadini.

Maurizio Marello


ALBA: la città che vorrei.

12 Novembre 2008
Una città che continui ad essere dinamica ed innovativa.
Una città meno inquinata e più verde, con le strade ed i mezzi di trasporto necessari per affrontare il traffico e con un’adeguata mobilità ciclo-pedonale. 
 
Una città dei bambini, delle famiglie, degli anziani, attenta ai diversamente abili.
Una città capace di valorizzare i giovani e le donne, di integrare i nuovi cittadini e responsabilizzare tutti.
Una città sicura.
Una città che accompagni le proprie industrie, le imprese artigianali, commerciali, agricole e turistiche. 
 
Una città che sappia sviluppare l’apprendimento, la cultura, lo sport.
Una città aperta, tollerante, sempre più capace di comunicare con il mondo e dove ogni cittadino che voglia impegnarsi possa dare il suo contributo e vederlo riconosciuto.
Una città che torni ad essere riferimento per il territorio di Langhe e Roero.
Una città amministrata con correttezza e trasparenza.
Maurizio Marello

PD Albese: si volta pagina.

11 Novembre 2008

Ieri sera, 10 novembre, nel corso di una riunione del Coordinamento Albese del Partito Democratico molto partecipata, è stata affrontata e risolta la delicata situazione che era venuta a determinarsi nelle ultime settimane a seguito delle dimissioni del Coordinatore cittadino Massimo Prandi. Dal dibattito, sereno e costruttivo, è emerso il desiderio di chiudere “l’incidente di percorso” e di guardare avanti, con ritrovata fiducia, agli impegni futuri, primo fra tutti le elezioni amministrative del 2009. Il Coordinamento (o Direzione che dir si voglia) ha deciso quasi all’unanimità (un solo voto contrario) di eleggere un Comitato che dovrà reggere il Partito di qui sino alle prossime elezioni amministrative. Deciso questo percorso, nel Comitato, che si riunirà già in settimana, sono poi stati eletti: Laura Casorzo, Gianfranco Maggi, Luciano Marengo, Paola Mosca e Battista Panero.

Un passo importante per il PD e per tutto il centro-sinistra albese.


Maria Teresa e Rinuccia, sorelle della Comunità di Padre Gasparino di Cuneo, rapite in Kenia

11 Novembre 2008

E’ successo nella notte tra il 9 e il 10 novembre a El – wak, nel nord-est del Kenya, dove da 25 anni la Comunità Missionaria P. de Foucauld è presente con una piccola Fraternità. Le due sorelle che sono state rapite sono Rinuccia Giraudo, 67 anni, originaria di Boves (Cn) e Maria Teresa Olivero di 60 anni, nata a Centallo (Cn), entrambe missionarie in Kenya da oltre 35 anni.

La nostra presenza qui, come in ogni altra missione in altri paesi, è una presenza di preghiera e di condivisione di vita con gli ultimi, gli emarginati. La Fraternità di El-wak viveva un’accoglienza quotidiana di malati di tubercolosi, di epilessia, di mamme e bambini denutriti, casi di handicappati. Un’amicizia costruita nel tempo, con tanti legami di fiducia, ha costituito il sentiero percorso in tutti questi anni. Fino ad oggi la Fraternità non ha ricevuto minacce, nè ha corso particolari pericoli, nonostante la zona sia carica di tensioni tra diverse etnie.

L’ultimo contatto con Maria Teresa e Rinuccia è stato domenica sera, 9 novembre, alle 17. Hanno telefonato ad un’altra nostra Fraternità che vive nello slum di Mathare Valley (Nairobi), dicendo che tutto era tranquillo e non c’era nulla da temere.
Nella notte la drammatica sorpresa: un numeroso gruppo di persone armate ha attaccato la Fraternità con spari e lancio di bombe. Sono entrati e hanno rapito le sorelle, dileguandosi nella notte verso il territorio della Somalia.

Fin’ora nessun gruppo particolare ha rivendicato il gesto del rapimento.

Siamo riconoscenti alle autorità nazionali, internazionali e locali, agli anziani del posto che si stanno attivando per cercare sentieri di collegamento con i rapitori. Sentiamo molta amicizia e vicinanza intorno a noi, tra i cristiani, tra i poveri, tra gli islamici.

Non riusciamo a formulare ipotesi sulle motivazioni del rapimento. Chiediamo a tutti riservatezza per non creare interferenze dannose in una situazione così delicata.

Stiamo mobilitando una rete molto ampia di amici per chiedere preghiere.

Anche il Santo Padre ha già espresso un appello per la liberazione, facendoci sentire la sua preghiera e premura di Padre.
Vogliamo sperare, anche se la preoccupazione è forte. Dio è Padre sempre.

A Lui affidiamo le nostre due sorelle perchè non subiscano alcun male e possano tornare al più presto tra noi.

La Comunità

Movimento Contemplativo Missionario “P. de Foudauld” – C.so Francia 129 Cuneo


Quanto resisteremo?

7 Novembre 2008

L’effetto Obama, questo sentirci improvvisamente attratti da discorsi elevati sulla natura umana, sarà la tendenza del futuro o è destinato a esaurirsi di fronte alla prima maldicenza ascoltata in corridoio? Mi sono posto la domanda dopo aver letto che una ministra inglese pretende di abolire i siti scandalistici di politica. Secondo lei darebbero una rappresentazione falsata del potere, limitandosi a illuminarne gli aspetti più beceri – sesso, soldi, intrighi – e ignorando gli altri, che pure ci sono.Ora, ciascuno di noi è convinto di dedicare la maggior parte del suo tempo, diciamo il 98%, a fare cose buone ed è molto scocciato quando sui giornali trova descritto solo il restante 2%. Un chirurgo vorrebbe che si parlasse dei pazienti che ha salvato e non dell’unico che gli è morto sotto i ferri, un artista delle opere che ha creato e non delle foto con la sua amante segreta, un impiegato delle pratiche che ha svolto con diligenza, non della volta che è finito sotto inchiesta. Il guaio è che, appena esce dalla sua vita per osservare quella degli altri, è proprio quel 2% a interessarlo. L’invidia e la cattiveria contrabbandate per curiosità fanno parte del bagaglio umano. Abolirle con un decreto non ha senso. Si può però tentare un disarmo bilanciato: noi ci impegniamo a scriverne di meno e voi a leggerne di meno.

Comincio io: oggi avrei potuto malignare sull’anziano premier di un piccolo paese dell’Europa del Sud che ha fatto una battuta da bar brianzolo (il Bar Lusconi) sul colore della pelle del Presidente degli Stati Uniti. E invece non lo farò.

Massimo Gramellini – da La Stampa 07.11.08


OBAMA: “Il cambiamento per gli Stati Uniti è arrivato, yes we can”

5 Novembre 2008
Il discorso del nuovo presidente americano
CHICAGO
La giornata di oggi dimostra che «gli
Stati Uniti sono il posto dove tutto è possibile»: così ha esordito Barack Obama, nel suo discorso subito dopo la vittoria elettorale, dalla piazza esultante e commossa di Chicago.

«Il cambiamento per gli Stati Uniti è arrivato». Obama ribadisce la parola chiave dalla sua campagna elettorale, “we need change” (abbiamo bisogno del cambiamento) e parlando di fronte a decine di migliaia di persone nel parco di Grant Park, a Chicago, annuncia che il cambiamento è finalmente arrivato.
L’America può, perché è un paese unito; l’America può, perché sa sognare. «Ho pensato stanotte a una donna che ha votato a Atlanta» ha detto Obama. «Somiglia molto ai milioni di persone che si sono messe in fila per far sentire la loro voce in questa elezione, salvo un dettaglio: Ann Nixon Cooper ha 106 anni».È stato un discorso pieno di accenni alla lunga storia dei diritti civili che ha condotto all’elezione del primo presidente nero, incluso un accenno a Martin Luther King, il «predicatore di Atlanta che disse ’we shall overcome».

Obama ha ringraziato per il loro amore e il loro sostegno la moglie Michelle («la prossima first lady degli Usa»), le figlie Sasha e Malia e la nonna materna, scomparsa proprio il giorno prima del voto.  La moglie e le figlie lo hanno accompagnato sul palco, vestite di rosso e nero, poi, dopo un bacio, lo hanno lasciato solo per il suo primo discorso da presidente eletto degli Usa.
Dal palco della vittoria Obama ha promesso alle figliolette il cane che tanto desiderano: «Vi voglio tanto bene» ha detto Obama  «Vi siete meritate il nuovo cagnolino che verrà con noi alla Casa Bianca». Malia, 10 anni, e Sasha, 7, sono poi tornate sul palco con la mamma. Nessun dettaglio per ora sulla razza o sul nome di questo cagnetto che seguirà le orme dei cani Bush, gli Scottish Terrier Barney e Miss Beazley.

Poi Obama ha ringraziato il suo staff e i volontari che lo hanno sostenuto. “Questa vittoria appartiene a voi – continua – La nostra campagna è partita dal basso grazie a giovani e volontari, al loro coraggio. Questa è la vostra vittoria. Anche se stanotte festeggiamo, sappiamo le sfide che ci attendono domani. Sappiamo che siamo nel mezzo di una grande crisi economica, che ci sono soldati che continuano a morire in Iraq, che ci sono nuove scuole da costruire. Forse non in un anno, ma vinceremo queste sfide, ve lo prometto”.

«Il cammino davanti a noi sarà duro» e per questo ci «sarà bisogno di stare uniti» contro le avversità. La giornata di oggi dimostra che «gli Stati Uniti sono il posto dove tutto è possibile».  E dopo otto anni di un presidente come che non ha ascoltato nessuno, il suo successore ha promesso agli americani una Casa Bianca aperta, che saprà ascoltare la gente: «Sarò sempre onesto con voi – ha detto, nel discorso della vittoria alla folla di Grant Park, a Chicago – vi ascolterò, anche se la penseremo diversamente».

E conclude:  “Il credo americano è Yes, we can (si, possiamo)”.

da “La Stampa” 05.11.08