Il sindaco di periferia che ha sbancato i notabili

24 Giugno 2009

“Hanno perso i ricchi”, la butta lì con soddisfazione Bruno Ceretto, seduto a un tavolo della sua piola in piazza Duomo. E già questo fa uno strano effetto, ché il gran signore dei vini povero non è; e poi perché, chi più chi meno, ricchi li diresti tutti qui nella città di Alba. Dove la Ferrero l’anno scorso ha aumentato il fatturato dell’otto per cento, pullulano le case che si rifanno il trucco, crisi o non crisi le filiali di banche sono più di sessanta, una ogni cinquecento abitanti, e gli appartamenti in centro arrivano a dodicimila euro il metro quadro. Mettiamola così: Carlo Castellengo, 68 anni, candidato sindaco del centrodestra e dell’Udc, è un commercialista di grido. L’industriale Giuseppe Miroglio, una potenza da queste parti e importante cliente del suo studio, gli ha fatto da testimonial. La robusta associazione dei commercianti gli ha dato una mano. Ciò nonostante, Castellengo è stato sonoramente sconfitto. A fargli mordere la polvere è stato un signore tutt’affatto diverso, Maurizio Marello, 43 anni, cattolico del Partito democratico, avvocato, nato nel popolare quartiere Mussotto, condomini e vecchie cascine sul limitare delle colline. Ed è la prima volta da tempo immemorabile che il primo cittadino di Alba non proviene dalle quattro strade bordate di palazzi medievali o dalla ristretta cerchia di notabili che si passano il testimone ogni cinque anni.

La ricetta della vittoria, che ha fatto di Marello uno degli uomini che tengono in piedi il Pd nel Nord-Ovest, la racconta Ceretto che, quanto a lui, ha sostenuto il candidato Pdl: «Ho detto a Maurizio: non hai soldi, non hai grandi appoggi. Ma sei onesto, hai moglie e quattro figli il che non guasta, hai il tempo e la voglia di fare il sindaco. Vai di casa in casa, attaccati a tutti i campanelli e spiega questo, fai capire agli albesi che sei uno di loro». Detta così, suona fin troppo facile. E qualcuno, per esempio, sussurra che dietro il successo del centrosinistra ci sia anche lo zampino di Oscar Farinetti, ex patron di Unieuro e ora di Eataly. Ma, seduto qualche tavolo più in là con il responsabile provinciale del Pd Massimo Scavino e con Antonio Degiacomi che cinque anni fa fu strapazzato dall’uscente del centrodestra Rossetto, il sindaco di periferia, come ci tiene a farsi chiamare, sostanzialmente conferma.

Calvizie ben portata e un accenno di barba incanutita precocemente, occhi azzurro chiaro in una bella faccia pulita, camicia a righine senza cravatta, giacca blu con le maniche troppo lunghe oltre i polsi, insomma glamour zero, Marello spiega: «La nostra forza è stata ripartire dal basso, tornare fra la gente, ascoltare i loro problemi e parlare di cose concrete, di quel che serve ad Alba. Politica nazionale poca o niente, polemiche pretestuose con il centrodestra ancor meno. Abbiamo riconosciuto onestamente quel che di buono hanno fatto e ci siamo concentrati sugli errori e i ritardi, come il Piano regolatore che la città aspetta da dieci anni e che la maggioranza, fra divisioni e liti, non è riuscita ad approvare. E poi tanto lavoro. C’è chi si è alzato alle cinque del mattino per un mese pur di conquistare il posto migliore per il gazebo al mercato. È stato faticoso, certo, ma poi l’onda lunga è partita, la gente ha cominciato ad arrivare, gente che non si era mai vista, gente che aveva votato sempre dall’altra parte…».

Il risultato è stato sorprendente: Marello ha sfiorato il 58 per cento con 1900 voti in più rispetto al primo turno e nessuno, dico nessuno, degli assessori uscenti è stato rieletto in consiglio comunale. Un terremoto. In una città dove la Gancia, candidata di centrodestra e Udc alle Provinciali, è andata oltre il 51 per cento e alle Europee le stesse forze politiche hanno veleggiato verso il 54. Una città che, per tornare indietro negli anni, quando Forza Italia vi paracadutò Mariella Scirea, mai vista e conosciuta, la elesse in un trionfo di voti. Ora, trasformare il caso di Alba in un genere da esportazione, un esempio da imitare, sarebbe sciocco. Ma la vittoria del centrosinistra può aiutare a sfatare qualche mito di largo consumo nella politica italiana di questi anni e a trarre qualche indicazione utile. Primo: chi l’ha detto che gli uomini di partito non funzionano e che leader e candidati vanno cercati altrove? Dirigente delle Acli, militante popolare e poi della Margherita, Marello dimostra il contrario. «I partiti, il loro essere una scuola di buona amministrazione e uno strumento per trasmettere valori sono l’unica via d’uscita dalla crisi della politica. Sarò vecchio, ma i personalismi e i personaggi salvifici non mi hanno mai convinto», sorride.

Seconda indicazione: i candidati vanno scelti dal basso e non imposti dai vertici, nazionali o regionali che siano. Tentazione che pure c’è stata, racconta Marello, anche in questa occasione. «Ma noi ci siamo impuntati e a Torino hanno rinunciato…». E infine: serve tempo e pazienza. «Il Pd ha bisogno di rinnovare i vertici, di fare un salto generazionale, di dire basta ai vecchi padrini nel partito e di ripartire dal basso, cominciando al più presto con un congresso che legittimi di nuovo i dirigenti. Ma tutto questo non basta se si ha fretta, se si ha l’ansia di ottenere il risultato subito, se non si è capaci di darsi un respiro temporale più ampio. Insomma, noi siamo stati dieci anni all’opposizione e non è stato facile. Però oggi ci godiamo la Lega al 7 per cento. È segno che i voti che abbiamo perso in questi ultimi anni al Nord possono tornare a casa. Anche se…». Il sindaco di periferia si ferma un attimo a pensare, si passa la mano sul viso, incerto se dire o non dire. «Anche se, la sa una cosa? Io ancora non ci credo».

(Da LA STAMPA del 24 giugno 2009 – pagina 9)

LASTAMPA140609


La forza delle buone idee. Patto di stabilità meno rigido e più autonomia di spesa ai Comuni. Passa alla Camera la mozione del PD.

18 Marzo 2009

La Camera dei deputati ha approvato la mozione presentata da Dario Franceschini per alleggerire il patto di stabilità per i comuni e garantire maggiori risorse economiche per la ripresa. La mozione voluta dal Pd ha trovato riscontro nella maggioranza per la bontà delle misure proposte e perché mira a dare ossigeno agli enti locali per far fronte alla grave crisi economica che ha colpito il Paese.

Solo ieri Dario Franceschini in un incontro con gli amministratori locali del Pd aveva ribadito come “ci sono migliaia di comuni, che hanno i soldi per aprire i cantieri e dare ossigeno a lavoratori e a piccole e medie imprese, ma che non possono spenderli perché una norma del governo lo impedisce. La nostra mozione è un contributo immediato per far ripartire l’edilizia e gli investimenti negli enti locali e rientra nell’ambito dell’operazione verità che stiamo facendo e che va nell’interesse del paese e non dell’opposizione”.

In base alla mozione, il governo si impegnerà:

- a garantire l’integrale copertura del minor gettito derivante dall’abolizione dell’Ici sulle abitazioni principali;
- ad adottare iniziative per consentire l’utilizzo degli avanzi di amministrazione per la spesa in conto capitale, in particolare per lavori di medio importo realizzabili entro il 2009;
- ad adottare iniziative per escludere dai saldi utili del patto di stabilità interno i pagamenti a residui concernenti spese per investimenti effettuati nei limiti delle disponibilità di cassa, a fronte di impegni regolarmente assunti ai sensi dell’articolo 183 del testo unico degli enti locali;
- a incentivare l’utilizzo del patrimonio immobiliare per sostenere la spesa in conto capitale ed abbattere il debito, in particolare, eliminando i vincoli che impediscono l’utilizzo dei proventi della vendita del patrimonio per finanziare la spesa per investimenti.

Per Enrico Letta, responsabile Welfare del Pd, “è motivo di grande soddisfazione la decisione del governo di votare a favore della mozione, presentata dal Pd e firmata da Dario Franceschini, per allentare i vincoli al patto di stabilità degli enti locali. Si tratta di un importante risultato che dimostra  che anche dall’opposizione si possono ottenere risultati utili e concreti per i cittadini”.


PD. Dario Franceschini è il nuovo segretario: “AVANTI SENZA PAURA”.

23 Febbraio 2009

Pubblico alcuni passi del discorso dei Dario Franceschini di Sabato scorso all’Assemblea del Partito Democratico che lo ha eletto segretario.

Un discorso con dei tratti intimi: la riflessione sui titoli dei giornali, i dialoghi con Veltroni. “In questi giorni ho letto di tutto su di me, e i miei amici mi hanno chiesto di fare un discorso che susciti calore ed emozione. Invece serve franchezza, serve guardarci negli occhi per capire i nostri limiti e ribadire l’orgoglio delle cose fatte. Ma dobbiamo rimboccarci le maniche tutti insieme.”

L’omaggio a Veltroni. “Walter ci ha detto una cosa generosa e ha fatto una cosa rara quando ha detto “non ce l’ho fatta, me ne vado”. Voglio dirvi cosa gli ho detto in privato: “Non è vero, senza di te non ci sarebbero state né le primarie né il PD, staremmo ancora a parlare di FED, soggetti politici, pasticci, alleanze vecchie tutti contro uno, impossibilitate a governare”. Poi passa a parlare dei limiti: “il più forte è stata la nostra polemica, la qualità del governo era annullata dalle polemiche. Ed in campagna elettorale è sembrato che andassimo a una rottura con l’Ulivo e con Prodi. Non è così, il PD è il figlio dell’Ulivo. Romano Prodi ha pagato ingiustamente per un giudizio che non merita, ha governato in situazioni difficili, facendo cose straordinarie”.

Non tornare indietro. “Non abbiate paura”, non ci sarà risultato elettorale per quanto negativo o scontro tra dirigenti per quanto feroce che “ci possano fare rinunciare all’idea che il nostro futuro è solo un futuro comune”. Franceschini ammette le difficoltà che il PD dovrà affrontare nei prossimi mesi: “’Non posso – dice – nascondere la crisi in cui siamo, ma abbiamo costruito non solo un contenitore ma una nuova appartenenza ed è questa che crea dolore, delusioni perché è dettata dal sentimento di essere in una casa nuova, in una casa comune”.

Senza padrini, né protettori. “Mi hanno chiesto di fare il segretario, non il reggente, e io so che è un compito terribile perché la situazione richiederebbe una soluzione forte, più autorevole. Io sono consapevole della fragilità del modo in cui avviene l’elezione”. Lo dice Dario Franceschini annunciando la sua segreteria come una segreteria di “servizio”. “Non li ho chiesti e non ho fatto patti- dice- non avrò né padrini né protettori”. Dario Franceschini spiega di aver accettato di candidarsi a segretario del Pd come un mandato di servizio assicurando di non avere mire personali per il futuro, e che quindi a ottobre terminerà il suo lavoro. “Io non l’ho chiesto – ha spiegato – volevo rifiutare. Ma poi sarebbe sembrata una fuga. Interpreto questo ruolo come servizio, sara’ come un compito difficilissimo”. Spiega che si occuperàdi gestire questa delicata fase “per affrontare le europee e garantire poi lo svolgimento del congresso”. Ribadisce “io non l’ho chiesto, non ho fatto patti, non ho padrini, nè protettori. Non sono qui per preparare il mio destino personale – garantisce – il mio lavoro finisce ad ottobre”. Franceschini ha annunciato che convocherà al più presto la direzione per stabilire le nuove regole”. Se verrà eletto segretario oggi, inoltre, azzererà il governo ombra e il coordinamento nazionale. Lo ha ribadito davanti all’Assemblea Costituente: “Se mi eleggerete ricominceremo da lunedì. Azzererò il coordinamento, il governo ombra, non la direzione che è stata eletta”. “Metterò in piedi nuove forme di collegialità con aperture al territorio, ai sindaci, ai segretari regionali”. Ma, ha avvertito, “non farò trattative con nessuno, sceglierò io. Sceglierò io e chi batte le mani adesso non venga domani a chiedere di nominare qualcuno. Sentirò gli uomini del partito ma senza coinvolgerle nella gestione del partito”.

Collocazione europea. “Lavoreremo per costruire un luogo comune di socialisti e non socialisti, non entreremo nel Pse ma non potremo mai stare in un luogo in cui non ci siano i socialisti europei. Non fosse altro perché qui stiamo nello stesso partito”. Nel suo intervento Franceschini parla anche del nodo irrisolto della collocazione europea. “Lavoreremo- aggiunge – per costruire in Europa un luogo in cui stiano insieme tutti i riformismi, quelli socialisti e i non socialisti. I tempi in Italia li abbiamo determinati noi. A quelli europei possiamo solo concorrere”.

Laicità. Parli pure la Chiesa a difesa dei suoi valori, ma “per tutti noi è inviolabile il principio sacro della laicità dello Stato”. Dario Franceschini incassa l’applauso dei delegati affrontando di petto i temi bioetici: perchè nel Pd si registrano differenze “ancora così profonde” semplicemente perché sono “temi straordinariamente nuovi. Temi così nuovi- dice il candidato a segretario- su cui siamo impreparati. Ma la coscienza di un laico e un cattolico non si fanno le stesse domande, non provano le stesse paure e le stesse speranze?”. Ecco, bisogna “andarsi incontro, in un lavoro comune, dobbiamo dialogare”. Franceschini non glissa sul testamento biologico, prende una posizione chiara lanciando una domanda: “E’ accettabile pensare di votare una norma come quella imposta dalla destra che impone l’alimentazione artificiale a una persona anche contro la sua volontà?”. Certo, conclude, “io rispetterò e difenderò chi nel partito non se la sente di condividere questa scelta, ma “mai dimenticando che per tutti noi è inviolabile il principio sacro della laicità dello Stato”.

Sindacati. Nel suo intervento Franceschini si rivolge anche ai leader sindacali e ai lavoratori. ”Noi siamo dalla parte dei lavoratori e quello che serve è un unico grande sindacato unitario”, afferma. Poi, rivolgendosi direttamente ai leader sindacali chiede di evitare che si ripeta quanto accaduto recentemente con un sindacato che è andato in piazza diviso: ”Evitateci questo dolore”.


Il Sindaco di Alba si decide ad Alba.

11 Febbraio 2009

di Antonio Degiacomi

Un articolo di Repubblica (cronaca piemontese) comparso in data 11.2.2009 ipotizza che i Moderati, raggruppamento di amministratori provenienti da Forza Italia e da altre formazioni che sostiene a livello regionale la Giunta Bresso, chiederebbe di poter indicare il candidato sindaco per l’intero centrosinistra a Chieri, città d’origine del coordinatore dei Moderati stessi, o ad Alba, nella persona di Olindo Cervella.
Nell’articolo si sostengono, inoltre, tutta una serie di gravi inesattezze: la candidatura Marello sarebbe stata voluta dalla componente ex-Ds del Pd albese, questo fatto avrebbe spaccato il Pd a livello locale, a Torino molti vorrebbero che Marello facesse un passo indietro, compresa Mercedes Bresso. Peraltro il giornalista non ha interpellato né il candidato Marello né la reggenza del Pd, affidandosi ad indiscrezioni raccolte a Torino.
Va ricordato che il Pd e le liste civiche Alba città per vivere e Alba attiva e solidale, in grande armonia, come dimostrato da cinque anni di opposizione unitaria condotta in Comune nel gruppo Federati per Alba, hanno cercato fin dal luglio 2008 di promuovere primarie aperte di coalizione. Di fronte al rifiuto di Olindo Cervella e di altri potenziali candidati a partecipare a questo percorso, è stato indicato quale candidato Sindaco l’avvocato Maurizio Marello. All’interno del coordinamento Pd, che è composto per un terzo da nuovi aderenti, per un terzo di ex-Margherita e per un terzo di ex-Ds, la decisione è stata presa all’unanimità (senza alcun voto contrario).
La candidatura di Maurizio Marello ha dalla sua, oltre alla stima professionale, l’età (42 anni), la militanza nel volontariato (ACLI), l’esperienza in Consiglio comunale (dieci anni di opposizione con la Margherita e poi con il Pd dentro i Federati per Alba), la stima personale che raccoglie anche in ambienti moderati e di centrodestra.
Hanno sottoscritto finora la candidatura di Maurizio Marello duemilacento elettori.
Olindo Cervella, fin dall’ottobre 2008 e ancora in recenti interviste, si è presentato come candidato indipendente in alternativa sia a Marello che a Castellengo e si riserva l’alleanza all’eventuale ballottaggio con l’uno o con l’altro.
Il giornale attribuisce al consigliere regionale Mariano Rabino il sostegno all’ipotesi della candidatura di Olindo Cervella. In effetti il consigliere Rabino ha sostenuto questa tesi nel dibattito dello scorso autunno, nel quale è prevalsa altra impostazione. Non pare credibile che sostenga oggi un’altra candidatura rispetto a quella individuata dal proprio partito e dalla coalizione di centro-sinistra che lavora unitariamente ad Alba da cinque anni.
Non è mai pervenuta ad Alba alcuna richiesta in merito alle candidature locali da parte dei livelli regionali del Pd e tanto meno della Presidente Bresso; anzi il segretario regionale del PD Gianfranco Morgando riconosce la valenza della candidatura di Marello e la validità del percorso in cui è maturata.
E’ ovvio comunque che la candidatura ed il Sindaco di Alba si decide ad Alba e la scelta è già stata effettuata. Ora non resta che lavorare unitariamente e con l’impegno e l’apporto di tutti.

Antonio Degiacomi


I frutti malati delle radici cristiane

17 Novembre 2008

Una lunga tradizione di accoglienza stride con l’attuale criminalizzazione del diverso

ENZO BIANCHI

Da LA STAMPA 16/11/2008

Pubblico integralmente l’editoriale di Enzo Bianchi, priore della Comunità Monastica ecumenica di Bose, apparso ieri su La Stampa e citato dal nostro Vescovo  ieri pomeriggio durante l’omelia nel corso della celebrazione di riapertura e di dedicazione del nuovo altare del Duomo di Alba. Credo sia per tutti noi un’occasione di profonda riflessione sulla delicata fase storica che stiamo attraversando (in particolare in Europa) e sui nostri  atteggiamenti quotidiani, sia individuali che collettivi.

«Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?». A questa metafora contadina usata da Gesù mi capitava di tornare sovente nella recente stagione in cui appassionate discussioni ruotavano attorno all’inserimento o meno di un richiamo alle «radici cristiane» nella costituzione europea. Ero infatti perplesso di fronte a tanto zelo mostrato da paladini di recente arruolamento nelle file della cristianità, i quali però non apparivano altrettanto solerti nel cercare modalità per tradurre in comportamenti quotidiani, sia individuali che collettivi, la linfa che quelle radici avrebbero dovuto fornire all’albero della società civile europea.

Ora, che nel passato anche recente ci sia stata abbondanza di frutti, di segni visibili di una identità cristiana di tanti cittadini, associazioni e istituzioni italiane ed europee è un dato innegabile. Che si tratti di monumenti storici, di opere artistiche o di tesori letterari, di festività e calendari o di usi e consuetudini familiari, di orientamenti etici o di opzioni politiche, è tutto un patrimonio culturale che testimonia come il cristianesimo abbia saputo plasmare – anche nel confronto con la tradizione classica e, a volte in modo non sempre pacifico, con l’ebraismo, l’islam, la filosofia dei Lumi – il ricco e variegato mondo europeo nel quale oggi viviamo.

Secoli di presenza cristiana e di faticosa, sofferta dialettica con sistemi religiosi, istituzioni civili, pensieri filosofici, ideologie politiche diverse hanno sedimentato modi di pensare e di agire, sensibilità comuni, sentimenti condivisi. Ci sono addirittura figure di santi o brani evangelici che sono diventati paradigmatici anche per chi non condivide la fede cristiana: basterebbe pensare alle tante chiesette delle nostre campagne dedicate a san Martino – un santo «europeo» per le vicende della sua vita trascorsa tra Pannonia e Gallia – che dona il suo mantello a un mendicante. E chi non conosce la celebre scena del giudizio riportata dal Vangelo di Matteo, in cui viene chiesto conto a ciascuno di come si è comportato nei confronti di affamati e assetati, di stranieri, malati e carcerati, insomma degli ultimi identificati a Cristo stesso?

Il permanere di questo patrimonio di idee e di ideali che hanno saputo tradursi in azioni concrete e quotidiane, la solidità di queste «radici» che hanno alimentato piante rigogliose capaci di dare frutti mi paiono stridere tragicamente con sentimenti, ragionamenti, disposizioni amministrative o legislative che presentano un quadro palesemente in contrasto con un’identità cristiana proclamata verbalmente. Si assiste giorno dopo giorno a una progressiva criminalizzazione del diverso, dello straniero, del povero e del debole: impronte digitali prese a bambini di un’etnia minoritaria, classi speciali che ostacolano quell’integrazione che dicono di voler promuovere, schedatura di chi vive senza fissa dimora, allontanamento dei mendicanti dai luoghi dove la loro vista turberebbe chi non li degna nemmeno di uno sguardo, ronde private non necessariamente disarmate, introduzione del reato di «presenza» in Italia, messa in discussione della gratuità e universalità delle cure di pronto soccorso… Purtroppo l’elenco si allunga ogni giorno, e ogni nuova proposta discriminatoria suscita isolate reazioni, in particolare dal Pontificio Consiglio Iustitias et Pax, subito bollate di «buonismo» e viene poi digerita e assimilata, in attesa di un boccone ancor più amaro da trangugiare.

E intanto, grazie a questo clima, le cui dominanti non sono certo cristiane, un senzatetto viene arso vivo sulla panchina su cui dormiva, un nero viene picchiato e oltraggiato, un mendicante viene assalito e percosso, dei nomadi vengono inseguiti e cacciati… E l’odio, questo nefasto sentimento che sta accovacciato nel cuore dell’uomo e che un tempo assumeva connotazioni di classe focalizzandosi contro i ricchi, i potenti, gli oppressori, ora è rivolto verso quelli che sono semplicemente «altri» e che non si vogliono più vedere accanto a noi.

Ora, nessuno chiede che uno stato moderno trasponga le esigenze del vangelo in articoli di legge o in commi del codice civile, ma resta l’interrogativo di quali principi ispirino i comportamenti non solo dei singoli, ma delle istituzioni e dei corpi sociali. Quali valori troviamo oggi nel vissuto concreto e nella progettualità politica che possano essere ascritti alle «radici cristiane» di cui a ragione riteniamo di poterci gloriare? Quali frutti ha dato l’albero che per secoli abbiamo visto crescere e ramificare nutrito da quelle radici?

È miope la visione di chi crede di risolvere i problemi dandogli il nome di reato, è falsante l’opzione che trasforma il diverso in criminale, è distorta e controproducente l’identificazione dell’immigrato con l’invasore, del povero con il disturbatore della quiete, dell’emarginato con il sovversivo. No, abbiamo bisogno di un soprassalto di dignità umana prima ancora che cristiana, abbiamo urgente necessità di ritrovare in noi e attorno a noi il rispetto per la dignità di ogni essere umano, abbiamo un’esigenza vitale di riscoprire come il bisognoso è uno stimolo e non un intralcio a una società più giusta. Se continuiamo a confondere la sicurezza con l’esclusione di ogni diversità, se continuiamo a nutrire le nostre paure invece che ad affrontarle, se crediamo di poter uscire dalle difficoltà non assieme ma contro gli altri, in particolare i più deboli, ci prepariamo un futuro di cupa barbarie, ci incamminiamo in un vicolo cieco in cui l’uomo sarà sempre più lupo all’uomo.

Forse sta diventando tragicamente vera anche per noi la situazione icasticamente descritta dal famoso detto della sapienza indiana che sembra modellato sugli apoftegmi dei monaci del deserto: due lupi stanno lottando dentro ciascuno di noi e nella nostra società contemporanea, uno pieno di rabbia e rancore, di risentimento nei confronti del diverso, l’altro animato da compassione e amore intelligente. Anche questa volta preverrà il lupo che avremo saputo nutrire meglio nel nostro quotidiano.


Consulta, Flick eletto nuovo presidente

14 Novembre 2008

La Corte come consuetudine ha nominato il giudice con maggiore anzianità
Fu scelto nel 2000 dall’allora capo di Stato Ciampi dopo essere stato ministro di Prodi

ROMA - E’ Giovanni Maria Flick il nuovo presidente della Corte Costituzionale. Succede a Franco Bile, il cui mandato è scaduto lo scorso 8 novembre. Ad eleggerlo sono stati, a scrutinio segreto, i quindici membri della Consulta. Sessantotto anni, nato a Ciriè (Torino), Flick è il trentaduesimo presidente della Corte Costituzionale e resterà in carica solo tre mesi, fino al 18 febbraio 2009, quando scadrà il suo mandato di giudice costituzionale. L’elezione è avvenuta a larga maggioranza, con 12 voti a favore e tre schede bianche.

Per la precisione sarà presidente per novantasei giorni, un giorno in più rispetto alla presidenza di Giuliano Vassalli e quasi il doppio rispetto a quella ‘lampo’ di Vincenzo Caianiello (45 giorni, un record). Quale suo primo atto da presidente, Giovanni Maria Flick ha nominato Francesco Amirante vicepresidente della Corte Costituzionale. Anche in questo caso è stato rispettato il criterio dell’anzianità: Amirante è infatti, dopo Flick, il giudice costituzionale con più anni di anzianità di carica.

Noto avvocato penalista ed ex ministro della Giustizia durante il primo governo Prodi dal 1996 al ‘98, Flick è stato nominato giudice costituzionale nel febbraio del 2000 dall’allora Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi. Da ricordare che durante il suo mandato da Guardasigilli Flick dovette risolvere la delicata questione legata alla posizione di Erich Priebke, il boia nazista delle Fosse Ardeatine assolto in primo grado dal Tribunale militare di Roma. Sentenza che provocò l’assedio del Palazzo di Giustizia da parte di un folla inferocita. Lasso di tempo che permise a Flick di emettere un provvedimento lampo per impedire tanto la scarcerazione di Priebke che la sua estradizione in Germania (dove era stato colpito da un nuovo mandato di cattura) in attesa del processo d’appello.

Salutando i giornalisti dopo la sua elezione, il nuovo presidente ha ricordato che la Consulta “ha un solo padrone: la Costituzione della Repubblica che nel 2008 abbiamo particolarmente celebrato per i suoi 60 anni”. A chi gli faceva notare la brevità del mandato che lo attende, Flick ha risposto che “l’elezione del giudice anziano, quale che sia il tempo residuo del mandato, è prassi largamente prevalente rispetto alla regola del triennio, posta dai Padri Costituenti sia pure senza derogare al termine di scadenza dall’ufficio di giudice”. “Non ho mai nascosto – ha poi aggiunto – di considerare saggia quella regola; essa tuttavia, per essere attuata, richiederebbe una riflessione, forse anche da parte del legislatore, sulla durata minima della carica e sulle funzioni presidenziali”.

da La Repubblica – 14.11.08


Quanto resisteremo?

7 Novembre 2008

L’effetto Obama, questo sentirci improvvisamente attratti da discorsi elevati sulla natura umana, sarà la tendenza del futuro o è destinato a esaurirsi di fronte alla prima maldicenza ascoltata in corridoio? Mi sono posto la domanda dopo aver letto che una ministra inglese pretende di abolire i siti scandalistici di politica. Secondo lei darebbero una rappresentazione falsata del potere, limitandosi a illuminarne gli aspetti più beceri – sesso, soldi, intrighi – e ignorando gli altri, che pure ci sono.Ora, ciascuno di noi è convinto di dedicare la maggior parte del suo tempo, diciamo il 98%, a fare cose buone ed è molto scocciato quando sui giornali trova descritto solo il restante 2%. Un chirurgo vorrebbe che si parlasse dei pazienti che ha salvato e non dell’unico che gli è morto sotto i ferri, un artista delle opere che ha creato e non delle foto con la sua amante segreta, un impiegato delle pratiche che ha svolto con diligenza, non della volta che è finito sotto inchiesta. Il guaio è che, appena esce dalla sua vita per osservare quella degli altri, è proprio quel 2% a interessarlo. L’invidia e la cattiveria contrabbandate per curiosità fanno parte del bagaglio umano. Abolirle con un decreto non ha senso. Si può però tentare un disarmo bilanciato: noi ci impegniamo a scriverne di meno e voi a leggerne di meno.

Comincio io: oggi avrei potuto malignare sull’anziano premier di un piccolo paese dell’Europa del Sud che ha fatto una battuta da bar brianzolo (il Bar Lusconi) sul colore della pelle del Presidente degli Stati Uniti. E invece non lo farò.

Massimo Gramellini – da La Stampa 07.11.08