Pensiero per il sabato di “silenzio” e riflessione pre-voto.

20 Giugno 2009

“Quando si parte
dicendo che si vuole
fare una cosa,
non bisogna tornare
senza averla fatta”

fr. Charles de Jesus (Charles de Foucault)


Kenya, LIBERATE le due suore italiane

19 Febbraio 2009

È durato tre mesi esatti il rapimento di Caterina Giraudo e Maria Teresa Oliviero, le due missionarie al movimento contemplativo “De Foucault”, liberate oggi in Somalia. Rapite nel novembre scorso dalla loro “casa” di El-Wak, piccolo villaggio all’estremo nord est del Kenya, quasi a cavallo dei confini somali, suor Caterina, nota a tutti come Rinuccia e suor Maria Teresa, entrambe della provincia di Cuneo, sono state prelevate da un gruppo di uomini armati e subito trasferite oltre confine, in territorio somalo, a Bar Dheera. Un sequestro mai rivendicato e dalle motivazioni oscure, per il quale viene immediatamente chiesta ai media riservatezza e cautela. Il lungo lavoro diplomatico per la liberazione inizia subito.

L’ambasciatore d’Italia a Nairobi opera in raccordo con il Nunzio Apostolico in Kenya. Il centro della fraternità di El-Wak attiva canali di contatto tramite i clan degli anziani delle tribù locali i quali assicurano che faranno il possibile. Contemporaneamente polizia ed esercito del Kenya danno il via a massicce operazioni a cavallo del confine somalo. Cinque giorni dopo il rapimento giungono le prime notizie. Josephat Maingi, funzionario della provincia del nord-est del Kenya dichiara che, grazie anche all’aiuto degli anziani, è stata individuata la località – 100 Km dal confine, in territorio somalo – dove le suore sono tenute nascoste, e che le religiose stanno bene. Il 17 novembre, il ministro degli Esteri Franco Frattini esclude interventi militari che possano «mettere a rischio» la vita della religiose. Dieci giorni dopo, fonti diplomatiche vaticane confermano che suor Caterina e suor Maria Teresa «sono vive e stanno bene in salute».

E il 19 dicembre il titolare della Farnesina annuncia, per l’inizio del 2009, una missione in Kenya dell’ex sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver. Il 4 gennaio sono i familiari delle missionarie a lanciare un appello per la liberazione, mentre il 20 gennaio Margherita Boniver si dice certa che «presto saranno liberate». Poi ancora quasi un mese di angoscioso silenzio: ieri la liberazione in Somalia; oggi l’arrivo a Nairobi e l’annuncio della loro liberazione. «Sono nella nostra ambasciata di Nairobi e stanno bene», ha detto il premier Silvio Berlusconi che ha espresso «soddisfazione» per la loro liberazione. «Grandissima gioia» è stata espressa dal Vaticano: «erano mesi che pregavamo per loro», ha detto il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi.

Messaggi di congratulazioni sono arrivati d’altra parte da tutto il mondo politico. In primo luogo dal ministro degli Esteri Frattini: «La bella notizia di oggi è il frutto dell’ impegno corale e coordinato di tutti gli apparati dello Stato, che, con la guida della Presidenza del Consiglio ed il ruolo di primo piano dell’ Unità di Crisi della Farnesina, hanno operato con impeccabile professionalità, ed ai quali va la mia gratitudine più sincera». Felice anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno: «Apprendo con grande soddisfazione la notizia della liberazione di Suor Maria Teresa Olivero e Suor Caterina Giraudo. Ringrazio il Ministero degli Esteri e quanti hanno reso possibile il felice esito della trattativa. Alle due religiose il nostro grazie per la loro testimonianza di coraggio e di dedizione al prossimo senza distinzione di cultura o religione». E infine Mercedes Bresso: «È un grande sollievo avere avuto la notizia della liberazione delle due religiose del Movimento Contemplativo Missionario Padre de Foucauld di Cuneo. Ringraziamo tutti coloro che hanno reso possibile l’esito felice di questa vicenda».

Da “Lastampa” 19.02.09


Il Vescovo: “A quando la stella gialla?”

10 Febbraio 2009

Pubblico integralmente le interessanti e “provocatorie”  riflessioni del nostro Vescovo, Mons. Sebastiano Dho- apparse oggi su Gazzetta d’Alba –  in merito ai recenti provvedimenti governativi  del c.d. “pacchetto sicurezza”.
 

La domanda non pare affatto retorica ma terribilmente attuale, pienamente giustificata da una serie progressiva e impressionante di interventi, non semplicemente opinioni – sia pure preoccupanti – ma norme legislative in vigore o in procinto di divenirlo prossimamente, se non modificate a motivo del giusto sdegno provocato.

Ci riferiamo, per limitarci ai casi più eclatanti, ad alcuni provvedimenti pervicacemente voluti e approvati dalla maggioranza di governo e presentati come parte necessaria del «pacchetto sicurezza».

Prima le impronte ai bambini rom, ostinatamente volute con chiara sottesa mentalità discriminatoria a livello di innocenti, contro ogni elementare senso di umanità, poi la tassa – spropositata a dir poco – per il rinnovo del permesso di soggiorno, quasi questo fosse un lusso o grazia ad arbitrio del satrapo di turno, poi ancora l’autorizzazione generale delle “ronde” (già sperimentate in terra padana) che non possono non evocare, per chi conosce la storia, altre squadre del genere, sia pure con camicia di colore diverso.

Infine la più grave, la recentissima modifica – in peggio addirittura, il che è tutto detto! – della legge Bossi-Fini, comportante la possibilità, in pratica l’invito, ai medici del pronto soccorso a denunciare – vera delazione di Stato – i clandestini che ricorrono alle loro cure. A questo proposito mesi fa alcuni Comuni, sempre della Padania, avevano preceduto in questa impostazione aberrante, fornendo ai loro cittadini un numero verde con un caldo invito alla delazione, denunciando gli immigrati veri o presunti irregolari, alla faccia di ogni etica, non diciamo cristiana ma anche umana. A questo punto viene quasi naturalmente da chiedersi: che ci manca ancora? Quale la prossima mossa? La stella gialla con relativi campi?

Fortunatamente questa volta qualcuno si è mosso o si sta muovendo in maniera meno debole del solito e si fa sentire anche a voce alta. Primo tra tutti l’ambiente medico – non solo quello dei cattolici – che ha dichiarato in larghissima maggioranza la più radicale contrarietà a tradire la propria dignità professionale, che da Ippocrate in poi (che era un pagano ma un uomo innanzitutto) esige di curare il malato chiunque egli sia, pronti a esercitare se necessario l’obiezione di coscienza, riconosciuta o meno.

Anche il mondo ecclesiale (finalmente!) a diversi livelli sembra reagire, anche se ancora a voce piuttosto bassa. Così il quotidiano cattolico Avvenire (6 febbraio, pagina 11) sintetizza i giudizi e gli atteggiamenti espressi da molte parti, in casa nostra e non solo: «Un vulnus a un diritto fondamentale. Un boomerang per la salute di tutti, italiani compresi. Un incentivo per gli ambulatori etnici clandestini. Una norma inutile, dannosa, persecutoria, razzista». Non è il caso di aggiungere altro se non due piccole considerazioni.

Giustamente proprio in questi giorni la Chiesa intesa nel senso più completo e vero del termine, pastori e fedeli laici, si è mobilitata come non mai (forse dall’ormai lontana campagna contro l’aborto non si verificava un impegno così forte e generale) per la difesa della vita umana, vedi il caso Eluana e il rischio reale dell’introduzione surrettizia dell’eutanasia. Ora è bene ricordare che i grandi valori – la dignità della persona, la vita, la salute, la famiglia per citare solo i maggiori, a ragione detti «non negoziabili» – sono tali a patto di essere indivisibili, per cui una vera difesa va sempre fatta per tutti insieme e per tutte le persone senza distinzione. In caso contrario, oltre alla ingiustizia di fondo, ne va di mezzo pure la nostra credibilità nella loro difesa.

Strettamente collegata alla prima considerazione ritorna il solito, inquietante, interrogativo già espresso altre volte e che continua a rimanere senza una risposta accettabile: come è possibile che molti cristiani – almeno quelli che si dicono tali e ci tengono pure a esibire questa qualità – sostengano in maniera determinante forze politiche che a chiare lettere non solo professano, ma si gloriano di propugnare e attuare come programma di governo teorie razziste e xenofobe, chiaramente in contrasto con i princìpi evangelici? Come mai questa tematica, salvo rare eccezioni, esula quasi del tutto dalle nostre catechesi e incontri pastorali e chi si azzarda timidamente ad accennarla, chiunque egli sia, anche pastore, è tacciato di «fare politica»? Dio non voglia che anche noi non ci carichiamo di gravi responsabilità che ci saranno rinfacciate, ma allora sarà tardi, come sta avvenendo per eventi ormai passati. La storia, impietosa, difficilmente perdona.

+Sebastiano Dho,
vescovo di Alba

Da Gazzetta d’Alba del 10.02.09


Eluana Englaro: prezioso è il SILENZIO!

8 Febbraio 2009

Eluana non è un caso mediatico, ma è una persona umana.

Eluana non è un caso di eutanasia, ma è una persona umana.

Eluana non è un simbolo della laicità dello Stato, ma è una persona umana.

Eluana non è un argomento di propaganda politica, ma è una persona umana.

Eluana non è una donna nel pieno delle sue forze, ma è una persona che soffre.

Eluana non è un caso di scontro istituzionale, ma è una persona umana.

Eluana non è il pretesto per cambiare la Costituzione, ma è una persona umana.

Eluana non è l’oggetto di una prova di forza tra Chiesa e Stato, ma è una persona umana.

Eluana è una persona umana e come tale merita rispetto e discrezione.

Per chi crede, è un’occasione anche per pregare.
Per chi non crede, è un’occasione anche per riflettere.

Per tutti è un’occasione per praticare la pietà ed il silenzio.

Maurizio Marello


NATALE.

22 Dicembre 2008

Maria guarda Gesù
e pensa:
“Questo Dio è mio figlio….
è Dio e mi assomiglia.”
…Un Dio bambino
che si può prendere
fra le braccia
e coprire di baci,
un Dio caldo che sorride
e respira,
un Dio che si può
toccare e che ride.
J.P. Sartre


I frutti malati delle radici cristiane

17 Novembre 2008

Una lunga tradizione di accoglienza stride con l’attuale criminalizzazione del diverso

ENZO BIANCHI

Da LA STAMPA 16/11/2008

Pubblico integralmente l’editoriale di Enzo Bianchi, priore della Comunità Monastica ecumenica di Bose, apparso ieri su La Stampa e citato dal nostro Vescovo  ieri pomeriggio durante l’omelia nel corso della celebrazione di riapertura e di dedicazione del nuovo altare del Duomo di Alba. Credo sia per tutti noi un’occasione di profonda riflessione sulla delicata fase storica che stiamo attraversando (in particolare in Europa) e sui nostri  atteggiamenti quotidiani, sia individuali che collettivi.

«Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?». A questa metafora contadina usata da Gesù mi capitava di tornare sovente nella recente stagione in cui appassionate discussioni ruotavano attorno all’inserimento o meno di un richiamo alle «radici cristiane» nella costituzione europea. Ero infatti perplesso di fronte a tanto zelo mostrato da paladini di recente arruolamento nelle file della cristianità, i quali però non apparivano altrettanto solerti nel cercare modalità per tradurre in comportamenti quotidiani, sia individuali che collettivi, la linfa che quelle radici avrebbero dovuto fornire all’albero della società civile europea.

Ora, che nel passato anche recente ci sia stata abbondanza di frutti, di segni visibili di una identità cristiana di tanti cittadini, associazioni e istituzioni italiane ed europee è un dato innegabile. Che si tratti di monumenti storici, di opere artistiche o di tesori letterari, di festività e calendari o di usi e consuetudini familiari, di orientamenti etici o di opzioni politiche, è tutto un patrimonio culturale che testimonia come il cristianesimo abbia saputo plasmare – anche nel confronto con la tradizione classica e, a volte in modo non sempre pacifico, con l’ebraismo, l’islam, la filosofia dei Lumi – il ricco e variegato mondo europeo nel quale oggi viviamo.

Secoli di presenza cristiana e di faticosa, sofferta dialettica con sistemi religiosi, istituzioni civili, pensieri filosofici, ideologie politiche diverse hanno sedimentato modi di pensare e di agire, sensibilità comuni, sentimenti condivisi. Ci sono addirittura figure di santi o brani evangelici che sono diventati paradigmatici anche per chi non condivide la fede cristiana: basterebbe pensare alle tante chiesette delle nostre campagne dedicate a san Martino – un santo «europeo» per le vicende della sua vita trascorsa tra Pannonia e Gallia – che dona il suo mantello a un mendicante. E chi non conosce la celebre scena del giudizio riportata dal Vangelo di Matteo, in cui viene chiesto conto a ciascuno di come si è comportato nei confronti di affamati e assetati, di stranieri, malati e carcerati, insomma degli ultimi identificati a Cristo stesso?

Il permanere di questo patrimonio di idee e di ideali che hanno saputo tradursi in azioni concrete e quotidiane, la solidità di queste «radici» che hanno alimentato piante rigogliose capaci di dare frutti mi paiono stridere tragicamente con sentimenti, ragionamenti, disposizioni amministrative o legislative che presentano un quadro palesemente in contrasto con un’identità cristiana proclamata verbalmente. Si assiste giorno dopo giorno a una progressiva criminalizzazione del diverso, dello straniero, del povero e del debole: impronte digitali prese a bambini di un’etnia minoritaria, classi speciali che ostacolano quell’integrazione che dicono di voler promuovere, schedatura di chi vive senza fissa dimora, allontanamento dei mendicanti dai luoghi dove la loro vista turberebbe chi non li degna nemmeno di uno sguardo, ronde private non necessariamente disarmate, introduzione del reato di «presenza» in Italia, messa in discussione della gratuità e universalità delle cure di pronto soccorso… Purtroppo l’elenco si allunga ogni giorno, e ogni nuova proposta discriminatoria suscita isolate reazioni, in particolare dal Pontificio Consiglio Iustitias et Pax, subito bollate di «buonismo» e viene poi digerita e assimilata, in attesa di un boccone ancor più amaro da trangugiare.

E intanto, grazie a questo clima, le cui dominanti non sono certo cristiane, un senzatetto viene arso vivo sulla panchina su cui dormiva, un nero viene picchiato e oltraggiato, un mendicante viene assalito e percosso, dei nomadi vengono inseguiti e cacciati… E l’odio, questo nefasto sentimento che sta accovacciato nel cuore dell’uomo e che un tempo assumeva connotazioni di classe focalizzandosi contro i ricchi, i potenti, gli oppressori, ora è rivolto verso quelli che sono semplicemente «altri» e che non si vogliono più vedere accanto a noi.

Ora, nessuno chiede che uno stato moderno trasponga le esigenze del vangelo in articoli di legge o in commi del codice civile, ma resta l’interrogativo di quali principi ispirino i comportamenti non solo dei singoli, ma delle istituzioni e dei corpi sociali. Quali valori troviamo oggi nel vissuto concreto e nella progettualità politica che possano essere ascritti alle «radici cristiane» di cui a ragione riteniamo di poterci gloriare? Quali frutti ha dato l’albero che per secoli abbiamo visto crescere e ramificare nutrito da quelle radici?

È miope la visione di chi crede di risolvere i problemi dandogli il nome di reato, è falsante l’opzione che trasforma il diverso in criminale, è distorta e controproducente l’identificazione dell’immigrato con l’invasore, del povero con il disturbatore della quiete, dell’emarginato con il sovversivo. No, abbiamo bisogno di un soprassalto di dignità umana prima ancora che cristiana, abbiamo urgente necessità di ritrovare in noi e attorno a noi il rispetto per la dignità di ogni essere umano, abbiamo un’esigenza vitale di riscoprire come il bisognoso è uno stimolo e non un intralcio a una società più giusta. Se continuiamo a confondere la sicurezza con l’esclusione di ogni diversità, se continuiamo a nutrire le nostre paure invece che ad affrontarle, se crediamo di poter uscire dalle difficoltà non assieme ma contro gli altri, in particolare i più deboli, ci prepariamo un futuro di cupa barbarie, ci incamminiamo in un vicolo cieco in cui l’uomo sarà sempre più lupo all’uomo.

Forse sta diventando tragicamente vera anche per noi la situazione icasticamente descritta dal famoso detto della sapienza indiana che sembra modellato sugli apoftegmi dei monaci del deserto: due lupi stanno lottando dentro ciascuno di noi e nella nostra società contemporanea, uno pieno di rabbia e rancore, di risentimento nei confronti del diverso, l’altro animato da compassione e amore intelligente. Anche questa volta preverrà il lupo che avremo saputo nutrire meglio nel nostro quotidiano.


Maria Teresa e Rinuccia, sorelle della Comunità di Padre Gasparino di Cuneo, rapite in Kenia

11 Novembre 2008

E’ successo nella notte tra il 9 e il 10 novembre a El – wak, nel nord-est del Kenya, dove da 25 anni la Comunità Missionaria P. de Foucauld è presente con una piccola Fraternità. Le due sorelle che sono state rapite sono Rinuccia Giraudo, 67 anni, originaria di Boves (Cn) e Maria Teresa Olivero di 60 anni, nata a Centallo (Cn), entrambe missionarie in Kenya da oltre 35 anni.

La nostra presenza qui, come in ogni altra missione in altri paesi, è una presenza di preghiera e di condivisione di vita con gli ultimi, gli emarginati. La Fraternità di El-wak viveva un’accoglienza quotidiana di malati di tubercolosi, di epilessia, di mamme e bambini denutriti, casi di handicappati. Un’amicizia costruita nel tempo, con tanti legami di fiducia, ha costituito il sentiero percorso in tutti questi anni. Fino ad oggi la Fraternità non ha ricevuto minacce, nè ha corso particolari pericoli, nonostante la zona sia carica di tensioni tra diverse etnie.

L’ultimo contatto con Maria Teresa e Rinuccia è stato domenica sera, 9 novembre, alle 17. Hanno telefonato ad un’altra nostra Fraternità che vive nello slum di Mathare Valley (Nairobi), dicendo che tutto era tranquillo e non c’era nulla da temere.
Nella notte la drammatica sorpresa: un numeroso gruppo di persone armate ha attaccato la Fraternità con spari e lancio di bombe. Sono entrati e hanno rapito le sorelle, dileguandosi nella notte verso il territorio della Somalia.

Fin’ora nessun gruppo particolare ha rivendicato il gesto del rapimento.

Siamo riconoscenti alle autorità nazionali, internazionali e locali, agli anziani del posto che si stanno attivando per cercare sentieri di collegamento con i rapitori. Sentiamo molta amicizia e vicinanza intorno a noi, tra i cristiani, tra i poveri, tra gli islamici.

Non riusciamo a formulare ipotesi sulle motivazioni del rapimento. Chiediamo a tutti riservatezza per non creare interferenze dannose in una situazione così delicata.

Stiamo mobilitando una rete molto ampia di amici per chiedere preghiere.

Anche il Santo Padre ha già espresso un appello per la liberazione, facendoci sentire la sua preghiera e premura di Padre.
Vogliamo sperare, anche se la preoccupazione è forte. Dio è Padre sempre.

A Lui affidiamo le nostre due sorelle perchè non subiscano alcun male e possano tornare al più presto tra noi.

La Comunità

Movimento Contemplativo Missionario “P. de Foudauld” – C.so Francia 129 Cuneo